Cuore affranto

11/11/2009

Cuore affranto

 

di Hans C. Andersen

In realtà questa che incontriamo adesso è una storia in due parti; la prima potremmo benissimo tralasciarla, ma ci racconta i precedenti, e questi sono sempre utili.

Soggiornavamo in un castello nell’interno del paese, quando accadde che i proprietari restarono assenti per un giorno. Giunse dalla cittadina più vicina una donna col suo cagnolino, perché voleva, come disse lei stessa, che qualcuno comprasse delle “azioni” della sua conceria. Aveva con sé i documenti e noi le consigliammo di metterli in una busta e di scriverci sopra l’indirizzo del proprietario del castello: “Commissario generale di guerra, cavaliere, ecc.”.

La donna seguì il nostro consiglio, prese una penna, ma si fermò e ci pregò di ripetere l’indirizzo più lentamente. Noi lo facemmo e lei lo scrisse, ma nel mezzo della parola “generale di guerra” si fermò, sospirò e disse: «Sono una povera donna!». Aveva messo il cane sul pavimento, mentre scriveva, e questo ringhiava. Era stato portato perché si divertisse e perché il movimento gli era salutare, quindi non doveva essere messo a terra. Aveva il naso camuso e la schiena molto grossa. «Non morde» esclamò la donna «non ha denti; è fedele ma ringhia, e questo a causa dei miei nipoti, che giocano alle nozze e vogliono sempre che lui faccia la parte della damigella d’onore, e questo lo stanca, poveretto!». Consegnò i documenti e si prese il cane in braccio. Questa è la prima parte della storia, che si poteva anche evitare. “Il cane è morto!” è la seconda parte. Accadde una settimana dopo. Andammo nella cittadina e alloggiammo in una locanda. Avevamo le finestre verso il cortile, diviso in due parti da uno steccato; in una erano appese pelli di animali, grezze e conciate, tutto il materiale della conceria di quella donna, che era vedova. Il cane era morto alla mattina e era stato seppellito nel cortile. I nipoti della vedova, della vedova del conciatore, perché il cane non s’era sposato, avevano sistemato per bene la tomba; era proprio una bella tomba e doveva essere molto piacevole starci dentro.

Era circondata da cocci di vasi e ricoperta di sabbia, in cima avevano messo mezza bottiglia di birra con il collo verso l’alto, e questo senza nessun significato allegorico.

I bambini ballavano intorno alla tomba e il più grande dei maschietti, un giovanotto di sette anni con molto senso pratico, propose di mettere in mostra la tomba del cane per tutti quelli della strada. All’ingresso bisognava dare un bottone della bretella; era qualcosa che tutti i ragazzi avevano, e che ognuno poteva dare anche alle ragazzine, così la proposta venne accolta all’unanimità.

Tutti i bambini di quella strada e della strada dietro arrivarono e diedero il bottone; in molti si ritrovarono nel pomeriggio con una sola bretella, ma intanto avevano visto la tomba del cane, e certo ne valeva la pena.

Fuori dal cortile della conceria, vicinissima al cancello, si trovava una bambina vestita di stracci, ma molto ben fatta, con bellissimi capelli ricci e gli occhi così azzurri e trasparenti che era un piacere guardarli; non diceva una parola, non piangeva neppure, ma cercava di guardare il più lontano possibile nel cortile ogni volta che il cancello si apriva. Non possedeva nemmeno un bottone, e per questo rimaneva fuori, tutta triste; rimase lì finché tutti non ebbero visto e se ne furono andati, allora sedette, mise le manine scure sugli occhi e scoppiò a piangere: solo lei non aveva visto la tomba del cane. Aveva il cuore affranto, proprio come possono averlo anche gli adulti a volte.

Noi tutto questo lo abbiamo visto dall’alto e di quel grande dolore, così come di molte delle pene nostre e altrui, abbiamo sorriso. Questa è la storia, e chi non la capisce può comprare le azioni della conceria della vedova!

FINE

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